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Come la lotta contro il populismo serve al populismo. E viceversa.

 

 

Le forze moderate che si proclamano argine alla destra xenofoba hanno diversi punti in comune con i loro avversari: più che in alternativa, sembrano complementari.

Tra qualche mese, il popolo italiano sarà chiamato a esprimersi alle elezioni politiche. Non si sa ancora quale sarà la data delle consultazioni né quale legge elettorale le disciplinerà, ma si può prevedere, con un certo grado di sicurezza, che uno degli schemi retorici sarà il dualismo tra populismo e antipopulismo. Se in origine per populismo si intendeva un movimento di socialismo rurale della Russia tra Ottocento e Novecento, il termine si è evoluto a indicare più genericamente movimenti politici demagogici e, per citare un’interessante analisi di Íñigo Errejón, “in mancanza di un dibattito più approfondito, il populismo rappresenta, pertanto, tutto ciò che eccede le élite tradizionali e altera il gioco delle parti in base al quale queste monopolizzavano ed esaurivano le opzioni politiche sul tappeto”. Alla luce di questa definizione e del panorama elettorale italiano, è interessante osservare quanto, isolando alcune caratteristiche politiche, chi si proclama argine al populismo abbia in realtà con esso diversi punti in comune.

 

Lavoro e politiche sociali

Con un tasso di disoccupazione al 11,2% e 4,5 milioni di persone in povertà assoluta, non stupisce che, secondo un’indagine di Eurobarometro, l’86% degli italiani ritenga che la situazione economica nazionale sia negativa. I populisti non ignorano certo questa percezione, cavalcandola e rintuzzando le tensioni tra gli ultimi e i penultimi: così, ad esempio, la risposta dei neofascisti ai problemi sociali vede come slogan un semplicistico “Prima gli italiani”. Si ignora l’acuirsi delle disuguaglianze sociali (negli ultimi anni si è registrato un drastico aumento dell’indice di Gini, che misura appunto il livello di disparità nella distribuzione della ricchezza) e si preferisce indicare le minoranze, perlopiù rom e stranieri, come destinatarie di favoritismi statali e, quindi, responsabili delle difficoltà economiche degli italiani. Si ritrova, nell’identificazione e nella stigmatizzazione dell’usurpatore, quel concetto di razzismo definito da Memmi, ossia “la valorizzazione, generalizzata e definitiva, di differenze, reali o immaginarie, che l’accusatore compie a proprio vantaggio e a detrimento della sua vittima, al fine di giustificare i propri privilegi o la propria aggressione”.

Eppure l’idea di ridurre una complessa questione sociale a uno scontro tra due fazioni, aizzando i destinatari della propria comunicazione contro qualcuno che si presume più tutelato, è uno schema già visto, utilizzato anche da chi dichiara di rappresentare un freno contro i populisti. Non si può infatti dimenticare la retorica del periodo di proposta e approvazione del Jobs act, quando Matteo Renzi, per difendersi (o attaccare) i sindacati, dichiarava di non pensare a Margaret Thatcher, ma “a Marta, ventott’anni, che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità. Lei sta aspettando un bambino, ma a differenza delle sue amiche che sono dipendenti pubbliche, non ha nessuna garanzia, perché? Perché in questi anni si è fatto cittadini di serie A e di serie B”. Si tratta di una sovrastruttura presa in prestito da quei giuslavoristi, come ad esempio Ichino, che sostengono che il problema del mercato del lavoro sia la sua rigidità e il dualismo che essa crea tra insider e outsider, cioè tra coloro che hanno già un impiego (e delle tutele) e coloro che non riescono a trovare occupazione (o tutele).

La guerra tra poveri sembra quindi uno schema utilizzato efficacemente sia nella propaganda della destra xenofoba, sia per la retorica degli anti-populisti, con l’unica differenza dei soggetti aizzati e dei bersagli additati: immigrati che rubano il lavoro o la casa popolare, da un lato, vecchi tutelati che toglierebbero occasioni ai più giovani, dall’altro.

 

Criminalità e diritto penale

Le analogie tra populisti e antipopulisti non si limitano alle proposte sociali ed emergono anche rispetto alla reazione che lo Stato dovrebbe avere verso i reati, anzi, verso chi li commette. “Tolleranza zero” è uno slogan ricorrente dei soggetti politici populisti: se la comunicazione del Movimento 5 Stelle indirizza lo sforzo soprattutto verso mafia, corruzione e criminalità politica, con un legalitarismo ostentato che spesso si è ritorto contro i suoi stessi esponenti, leghisti e neofascisti utilizzano le notizie di cronaca nera sia enfatizzando gli elementi etnici in chiave razzista, sia chiedendo maggior sicurezza. La soluzione che questi ultimi propongono apertamente è, di fatto, un ritorno al diritto penale primitivo, con l’occhio per occhio, dente per dente che ha caratterizzato i primi ordinamenti sociali, dall’Antico Testamento al Codice di Hammurabi: non mancano quindi richieste di ritorno all’autotutela privata (“La difesa è sempre legittima” sostiene Matteo Salvini), così come la previsione di punizioni fisiche (la castrazione chimica per i colpevoli di reati sessuali, ad esempio).  

Di contro, le forze al governo non hanno mancato di assecondare gli istinti giustizialisti, ad esempio varando una legge come l’introduzione dell’omicidio stradale, chiesta da anni dalle associazioni dei parenti delle vittime della strada e che ha paradossalmente (ma prevedibilmente) portato a un aumento delle omissioni di soccorso dopo gli incidenti. L’inasprimento delle pene per l’omicidio stradale e la previsione di questa nuova fattispecie di reato sono stati definiti da Luigi Manconi “un pessimo esempio di populismo penale”.

Tuttavia, la convergenza più preoccupante tra i due fronti riguarda l’anticipazione del momento di repressione del reato: se il sistema penale ammette le pene solo di fronte alla commissione del fatto illecito, il sistema della sicurezza sta invece progressivamente slittando verso un approccio pre-crimine, che unisce le teorie della devianza (abbandonate con l’affermarsi dei principi democratici) a una generica e informe paura che legittima la prevenzione dei reati, non in senso sociale, attraverso l’educazione dei cittadini, ma con la repressione verso chi potrebbe commetterne. Il Decreto Minniti, emanato in forza della “straordinaria necessità ed urgenza di introdurre strumenti volti a rafforzare la  sicurezza delle città e la vivibilità dei territori e di promuovere interventi volti al mantenimento del decoro urbano”, con l’introduzione di istituti come il Daspo urbano e con l’ampiezza con cui prevede la possibilità di ordinanze dei sindaci contro il degrado, apre la strada alla criminalizzazione del disagio sociale, arrivando alla privazione di alcuni diritti di libertà in virtù dei concetti di sicurezza e decoro.

 

Immigrazione, accoglienza e ius soli

Ma è sulla questione migratoria che le analogie tra populisti e anti-populisti aumentano, anche se in due fasi distinte. In un primo momento, le forze tradizionali di centrosinistra si ponevano comunicativamente contro il razzismo di leghisti e neofascisti. In questa fase, il programma elettorale del Partito Democratico era chiaro nel porre lo Ius soli come un obiettivo fondamentale.

 

Sul piano dei diritti di cittadinanza l’Italia attende da troppo tempo una legge semplice ma irrinunciabile: un bambino, figlio d’immigrati, nato e cresciuto in Italia, è un cittadino italiano. L’approvazione di questa norma sarà simbolicamente il primo atto che ci proponiamo di compiere nella prossima legislatura. 

 

Anche Renzi, all’epoca non ancora segretario, nel suo programma per le primarie 2012 affermava: “Chi nasce e cresce in Italia è italiano” (ius soli dunque, non ius culturae). E, ribadendo il concetto un anno più tardi, sosteneva anche la necessità di cambiare la legge Bossi-Fini sull’immigrazione.

 

La differenza retorica non emerge però nelle azioni: lo ius culturae rischia di arenarsi in Parlamento (“Una cosa giusta fatta al momento sbagliato può diventare una cosa sbagliata”, spiega Alfano), mentre la legge Bossi Fini non è stata nemmeno messa in discussione.

Poi, anche la comunicazione inizia a cambiare. Come quando alcuni cittadini di Gorino impediscono l’arrivo di donne e bambini profughi (quindi non semplici migranti): l’allora presidente del Consiglio Renzi loda sì “l’Italia che conosco io” che “quando ci sono dodici donne e otto bambini si fa in quattro per risolvere il problema”, ma si premura anche di premettere “è una vicenda difficile da giudicare” perché “c’è parte della popolazione molto stanca e preoccupata”. 

La rivelazione finale però arriva nel luglio 2017, con l’uscita del libro di Matteo Renzi, Avanti!, e la pubblicazione di anticipazioni del volume sui giornali italiani. Nel documento, il segretario del Pd sostiene la necessità di uscire “dalla logica buonista e terzomondista per cui noi abbiamo il dovere di accogliere tutti quelli che stanno peggio di noi”, ribadendo la disponibilità a salvare chi rischia di affogare ma aggiungendo “vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro.

Sono gli stessi populisti ad accorgersi della somiglianza con le loro proposte, beffando la scelta dello staff renziano di pubblicare sui social una card sul tema per poi cancellarla alle prime polemiche.

 

Alla convergenza comunicativa, si aggiunge nel tempo uno svelamento delle intenzioni politiche, comuni anche alle forze moderate dell’Unione europea: se le destre populiste urlano contro l’immigrazione, coloro che dichiarano di volerle arginare si accordano con Stati terzi, senza disdegnare dittatori e milizie, per evitare le partenze dei migranti, tra cui peraltro possono spesso trovarsi anche profughi, cui spetta non solo la libertà di movimento ma anche il diritto d’asilo (secondo gli articoli 13 e 14 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo). Così, l’Unione europea, premio Nobel per la pace nel 2012, sigla un accordo con la Turchia, nel marzo 2016, che mostra già effetti drammatici, e un patto con l’Afghanistan. Benedice poi il Codice di condotta per le Ong e l’accordo tra Italia e Libia. A questo devono aggiungersi leggi e codici che rendono cavillosa l’immigrazione legale così come la garanzia di protezione internazionale: è il caso di quella Bossi-Fini criticata ma mai cambiata e del nuovo decreto Minniti-Orlando.

Insomma, se prima le differenze tra la destra populista e il centrosinistra che si poneva come difesa alle tendenze demagogiche erano almeno comunicative, ora il panorama elettorale sembra dividersi tra chi è fieramente razzista e chi non fa nulla per non perdere i voti dei razzisti, rendendo nel contempo burocratica la violenza e legale il crimine che non si vede (o che si fa finta di non vedere).

 

Patriottismo, nazionalismo e altri disastri

Le convergenze comunicative sul tema di migrazione e accoglienza portano comunque a una apparente divergenza tra i due schieramenti: se infatti i populisti sono estremamente nazionalisti e dedicano la loro azione politica agli “italiani”, la fazione opposta ha invece un approccio internazionalista, o, meglio, europeista. L’apertura verso l’Unione Europea, ad esempio, ha portato il Partito Democratico milanese a far sfilare i militanti al corteo per la Festa della Liberazione, il 25 aprile 2017, in toni di blu, lanciando sui social l’hashtag #patriotiUE. Il concetto di patriottismo, dunque, esiste ancora, con l’unica differenza della Patria a cui ci si affida, a dove cioè si deponga la propria aprioristica appartenenza. E, infatti, come faceva notare Leonardo Palmisano al tempo, esiste già chi si vanta di coinvolgere i #patriotiUE: è il movimento dei Patrioti europei, di estrema destra, antiislamico, populista.

 

Rifiutare il conflitto, nutrirsi di contrapposizione

C’è, infine, un’ultima analogia, che affonda le radici nel metodo di azione politica della destra xenofoba e populista di Lega, Forza Nuova, Sovranità e Casapound, dei populisti “né di destra né di sinistra” del Movimento cinque stelle e nel Partito Democratico dell’epoca renziana: è l’incapacità cronica di concepire il dissenso. Due indicatori rilevano questo problema, assai grave per un sistema liberal-democratico: la gestione dell’ignoranza e l’insofferenza per i processi istituzionali.

L’ignoranza diventa il metro di giudizio, quasi una nota di valore, per i populisti: l’uomo medio, l’uomo qualunque, è catapultato in Parlamento, la mediocrità intellettuale viene compensata dalla passione e dall’affidamento al capo. Anche dall’altra parte, chi sa viene bollato come “professorone” e dileggiato per una cultura che dovrebbe essere un pregio: la competenza viene calpestata a meno che non ci si atteggi a castigatore degli ignoranti. Se infatti il semplicismo dilaga, aumenta anche il livello di aggressività degli scontri dialettici, con la tendenza, da parte di chi vuole mostrarsi razionale, a blastare, cioè a umiliare l’interlocutore, svergognando, più che i limiti delle argomentazioni, le persone che le sostengono. Dunque, anche qui, l’analogia: ci si lamenta dell’hate speech dei populisti, ma si risponde con una veemenza altrettanto violenta, che mira all’umiliazione dell’altro invece che al suo ravvedimento, alla sua esclusione dal dibattito invece che al suo coinvolgimento partecipativo e costruttivo.

Rispetto ai metodi istituzionali, poi, il fastidio sembra bipartisan: c’è differenza tra dichiarare di voler aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e superarne le prerogative a colpi di fiducia e forzature? Le Camere appaiono da tempo come burocratici organi di ratifica per decisioni prese altrove: così i pentastellati votano compatti dopo essersi confrontati sul blog o aver ricevuto direttive, mentre gli appartenenti al PD confondono le discussioni all’interno del partito con l’attività dei gruppi parlamentari e, perfino, con accordi extraparlamentari (il fatto che l’attuale legislatura sia stata segnata dal Patto del Nazareno, tra un segretario non parlamentare e un interdetto dai pubblici uffici, costituisce un esempio lampante di come il sistema di potere sia gestito su tavoli extraistituzionali). 

Eppure l’insofferenza verso il dissenso e, dunque, il rifiuto del conflitto e degli spazi istituzionali in cui si esprime, non escludono la contrapposizione. Entrambi i gruppi, anzi, si reggono nell’opporsi all’altro: i populisti si presentano come anti-establishment, gli altri come i meno peggio, ultimo baluardo di un sistema democratico che mostrano di considerare allo stesso modo dei loro avversari, sebbene meglio patinato. Senza gli uni, gli altri perderebbero attrattiva, strumenti retorici per la campagna elettorale, dimostrandosi complementari, più che alternativi gli uni agli altri. Ed è nella consapevolezza dell’utilizzo strumentale di questa contrapposizione che si frantuma l’argine al populismo: perché l’opposizione ai movimenti populisti appare a sua volta populista, genesi e nutrimento delle forze che afferma di avversare.

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Published inCultura e politica

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