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Disobbedienza incivile (ovvero: la libertà ai tempi del coronavirus)

I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato alla peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.

Albert Camus, La peste

Abito in provincia di Milano, un’ora in auto da Codogno, due ore se volessi prendere i mezzi, che comunque ora lì non fermano. Codogno (lo scrivo con la presunzione di chi ritiene che, in fondo, qualunque frase scritta – e pubblicata – sia potenzialmente eterna) è il paese di provenienza del cosiddetto paziente uno, un uomo di trentotto anni trovato positivo al virus Covid-19, il Nuovo Coronavirus.

Il nome corretto del virus in questione sarebbe SARS-Cov-2, ma, come è difficile scrollarsi i soprannomi d’infanzia, così in questo post si utilizzerà più o meno indifferentemente il nome del virus, della sindrome derivata o altre perifrasi, fermo restando che il tema non è il virus. Trovo infatti buona prassi seguire quell’imperativo che Nanni Moretti individuava con la consueta pacatezza in Sogni d’oro.

Parlo mai di virologia io? No. Casomai posso parlare di logica e di diritto. Magari iniziando dalla cronaca tragicomica.

Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale

È il 22 febbraio, tarda mattinata, e io devo prendere un treno per Roma. La notizia del paziente positivo al virus è del giorno prima.

Salgo su un suburbano diretto a Milano: è sabato, l’affluenza mi sembra la solita, mi accomodo vicino al finestrino. Mi ridesta la risata di un bambino, due o tre anni al massimo. Sento lo scoppio delle sue risa una, due, tre volte. Poi mi volto e noto l’indirizzo della sua ilarità: è una ragazza, vent’anni credo, il cellulare in mano e la mascherina sul viso. Dopo un po’, il bimbo si stufa del gioco e prosegue il viaggio senza ridere più. Intanto salgono due uomini, due turisti, alti, grossi, si siedono accanto a me e parlano tra loro, poi uno si gira e vede la ragazza con la mascherina: le fa un gesto, poi lui e l’amico si pescano una mascherina dalla tasca e la calzano in faccia. Segue selfie.

Io intanto scendo, prendo la metropolitana, l’atmosfera è quella solita, ma qualche cambiamento si vede, soprattutto tra i più giovani: sembra quasi una nuova moda, il trend primavera-estate 2020, la mascherina è il nuovo risvoltino. Non rido, né sorrido, anzi, mi preoccupano gli sguardi preoccupati, soprattutto dei più anziani, che in giro per la stazione centrale notano le mascherine e si alzano i foulard fino al naso, aumentando il ritmo del respiro.

Ritratti e aneddoti sarebbero innumerevoli. C’è il ragazzo che, per evitare i bambini del vagone, chiede se il posto di fronte al mio è libero, e lì si siede con la fidanzata, salvo terrorizzarsi al primo colpo di tosse cavernosa del passeggero dietro di lui: calza il cappuccio della felpa fino alle sopracciglia, si tira la scollatura fino sopra il naso e annoda stretti i legacci. Ci sono io che ricevo una telefonata serale, con la raccomandazione di controllare gli sviluppi perché il Consiglio dei ministri straordinario potrebbe bloccare la Lombardia e quindi potrebbe toccarmi il ritorno in anticipo, sempre che io voglia tornare, perché altrimenti almeno tre amici si offrono di ospitarmi (se stai leggendo, grazie!). Sul treno di ritorno, c’è la ragazzina che dovrebbe leggere sei capitoli di un libro per l’indomani e chiede ogni cinque minuti al padre se le scuole siano chiuse oppure no, c’è la signora che avvisa al telefono l’intero parentado che la cresima del nipote è stata annullata, ci sono mamme e papà che indossano con ansia le mascherine e costringono i pargoli a fare altrettanto appena prima di scendere a Milano e ci sono quelli che, poco dopo, sulla banchina, si levano la mascherina per accendersi una sigaretta.

Intanto sui social arrivano comunicazioni istituzionali e non: scuole chiuse, sospese attività didattiche, sportive, ludiche, culturali, commerciali. Perfino le messe della diocesi non saranno celebrate fino a data da destinarsi. Non ricordo di aver mai visto regole simili.

Si allarga la psicosi, con messaggi vocali di chi ha un cugino la cui moglie ha una sorella il cui marito conosce uno che lavora in regione e dice che non è vero quello che ci dicono, che hanno perso il controllo del virus (come se mai ci fosse stato, o ci potesse essere, controllo su un virus) e che, non ce lo dicono, ma chiuderanno tutto per almeno un mese, quindi presto, correte al supermercato e fate le scorte, accaparrate viveri perché la questione è seria. Ma tutt’altro che logica.

Promozioni: paura scontata

Le foto e le testimonianze non lasciano adito a dubbi: supermercati pieni, scaffali svuotati, carrelli carichi. Eppure, se davvero fosse in atto una pandemia, il consiglio di affollare un luogo pubblico sarebbe l’ultimo da seguire. Eppure, se davvero le autorità volessero imporre la quarantena domestica, sarebbero tenute a provvedere alla fornitura di beni di prima necessità.

Ma, devo dire, personalmente io il problema di correre al supermercato non me lo sono posta per diverse ragioni, logiche alcune, etiche altre.

Innanzitutto, la mia famiglia non fa la spesa di domenica. È una piccola scelta di poco conto e di scarsa influenza, per ricordarsi che esistono ancora momenti di riposo che dovrebbero essere tali per anche per i lavoratori della grande distribuzione. La vita della persona non dovrebbe subire l’arbitrio dei capricci del consumatore, tutto qui.

Secondo poi, in casa mia il cibo non manca. E non perché siamo catastrofisti, ma perché acquistare quantità maggiori di beni (con una progettualità che eviti sprechi, si intende) permette un risparmio economico ed ecologico (oltre a sottrarre le scelte d’acquisto alla maggior parte delle strategie di marketing, che si basano su periodi a breve termine). Anche questa, scelta logica.

Infine, eticamente, perché l’acquisto compulsivo per paura, l’accaparramento per sé e per la propria famiglia priva altre persone dell’approvvigionamento. Se davvero di emergenza si tratta, ognuno dovrebbe poter avere il necessario.

Il coraggio nei film horror

Ma non c’è solo chi si spaventa: ci sono quelli che ridono degli eccessi, minimizzano i rischi e discutono dell’allarmismo. Purtroppo, però, l’alternativa alla psicosi non è sempre l’equilibrio.

Le regole delle ordinanze regionali e comunali sono chiare: sospendere le attività collettive. Le obiezioni sono immediate.

I mezzi pubblici continuano a viaggiare e le aziende non vengono chiuse: se non sono vietate queste attività, allora le altre misure precauzionali prescritte sono esagerate, dunque possono essere violate.

L’inciampo logico è come quello di chi continua a fumare perché, insomma, si può morire anche scivolando sotto la doccia. Vero. Ma le probabilità in questione sono in aggiunta, non tra loro alternative.

Non potendo bloccare tutte le attività (rectius: non essendo la situazione grave al punto da bloccare anche la libera circolazione e l’iniziativa economica), se ne sospendono alcune, sperando che con queste misure si riducano gli assembramenti e, con essi, i rischi di contagio.

Alta trasmissibilità, bassa letalità, poco più grave di un’influenza, no, è grave invece: non entro (né avrei titoli per entrare) nella tarantella di dati e opinioni. Una cosa è certa: il contagio pone a rischio gravissimo le persone immunodepresse o con diverse patologie.

Chi propone di eludere le disposizioni sanitarie somiglia un po’ al tizio che nei film horror propone di dividersi per scappare o stanare il mostro/maniaco/serial killer: finisce male. Però non per chi viola il comportamento corretto, bensì per altri, ignari, che non avrebbero altre possibilità di proteggersi se non tramite la responsabilità altrui. [spoiler alert] Tipo Tokyo ne La casa de papel che sente la mancanza della zecca e ci rientra in maniera spettacolare e inutile, con la moto: brava, quanto coraggio, tanto mica muori tu.

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Tornando alla realtà, qui scuole chiuse, servizi ridotti, momenti collettivi sconsigliati.

È un fastidio? Sì, certo. Anche io vorrei tanto allenarmi questa sera, vorrei fare prove di teatro domani, vorrei andare in biblioteca all’università.

La mia libertà è violata?

La libertà individuale non è individualistica

L’umano è un animale sociale: ha sviluppato capacità relazionali, ha fatto la storia, può discutere di filosofia. Vive in società più o meno complesse, può avere uno (o più) partner, prole, genitori, fratelli, una cerchia familiare. E, ancora, sta in contatto con amici stretti, colleghi, conoscenti, aderenti a una cerchia religiosa, praticanti o tifosi di uno sport, interessati a comuni attività culturali, compagni politici.

Ora, il discorso potrebbe snodarsi tra antropologia ed economia, indagando sul significato della libertà, sul senso e sui limiti del concetto, sulla sua applicazione concreta.

Ma siccome il tema è il virus o, meglio, logica e diritto rispetto alla sua diffusione, mi limiterò a spiegare che la dimensione dell’individuo nella società democratica non è funzionalista, ma nemmeno individualistica.

Il funzionalismo era molto caro a coloro che cercarono di dare un sostrato ideologico-filosofico al regime fascista. È in effetti una dottrina tanto comoda per avvallare totalitarismi e dittature e che, più in generale, piace a chi non abbia la maturità di concepire che l’altro possa essere diverso da sé e comunque rispettabile.

Il fascismo è una concezione storica, nella quale l’uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nel gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Donde il gran valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori della storia l′uomo è nulla.

Giovanni Gentile Benito Mussolini, La dottrina del fascismo, 1932

[barrato l’autore originale, in rilievo l’autore ostentato: poi un giorno magari parleremo di servilismo culturale e legittimazioni intellettuali…]

Dio, Patria, Famiglia: il resto, individuo compreso, non esiste o, se pure esiste, non importa. È una visione semplicistica e violenta del rapporto tra uomo e società, in cui il primo non è che un ingranaggio della seconda. È una realtà pesante e all’apparenza deresponsabilizzante, perché evita all’individuo lo sforzo di pensare, sostituito da credere, obbedire, combattere.

Dall’altra parte, c’è l’esaltazione della libertà individuale o, meglio, individualistica. Non esiste società, solo uomini, donne e famiglie, spiegava Margaret Thatcher, in apparente antitesi con Mussolini. La britannica non fu l’unica ad aderire a questa corrente di pensiero, secondo cui la libertà del singolo è sovrana su tutto (sempre che il singolo possa permettersela, ma questo è un altro discorso).

La socialdemocrazia propone un compromesso tra i due eccessi. La persona è un individuo, con libertà e diritti personali, ma ha anche diritto, dovere e potere di partecipare, di collaborare alla vita collettiva.

Basta capricci: solo insieme ci si può salvare

Questa epidemia influenzale, grave o lieve che sia, ci ricorda, qualora ve ne fosse bisogno, che l’individualismo economico così come il funzionalismo strutturale sono crudeli quanto impotenti rispetto alla natura. Di fronte al virus, crollano le sovrastrutture economiche e politiche: non contano le convinzioni liberiste, i motti motivazionali, le frontiere, le religioni e le etnie.

Solo la sanità pubblica e di qualità può proteggere poveri e ricchi, anziani e giovani, tutti e ciascuno. Le precauzioni prescritte rientrano in questa concezione democratica ed equilibrata tra singoli e comunità: a protezione degli individui più deboli, chiedendo un sacrificio accettabile anche a quelli più forti. Averne rispetto è senso di comunità, è simpatia (per citare ancora Camus, la peste, gli sconvolgimenti umani alla base dei flagelli).

È però necessario affrontare lo sconvolgimento, reale o percepito, con un altro spirito, con un paradigma autenticamente solidaristico: usare la mascherina per non infettare gli altri, se si hanno sintomi da raffreddamento; seguire le norme di igiene per proteggere gli altri (e pure sé stessi, ma mica dal Coronavirus, ché se ce l’hai non ti puoi mica autoinfettare, toccandoti gli occhi dopo esserti toccato il tuo proprio naso); non reagire alla tosse altrui sbuffando in faccia ad altri; reagire alla tosse propria coprendosi la bocca.

Restarsene a casa, non per paura, ma per non mettere altri in condizione di averne.

Negli ultimi anni si è vista una seria riduzione di libertà e diritti: da quelli sul lavoro a quelli umani, passando per la repressione del dissenso. Protestare e disobbedire a certe leggi ingiuste sarebbe stato, ed è, disobbedienza civile. Violare disposizioni transitorie di cautela per poter vantare la libertà di vivere egoisticamente le proprie abitudini è semplice disobbedienza incivile.

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Published inCultura e politica

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