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Altro che libertà di culto: le messe con i fedeli non sono una buona idea

Parigi val bene una messa“. Così disse Enrico di Navarra, protagonista di una sanguinosa guerra nella quale era a capo della fazione calvinista ugonotta, prima di convertirsi al cattolicesimo. La sua nuova religione era un semplice calcolo politico: per diventare Enrico IV, nuovo re di Francia, il battesimo era un prezzo accettabile.

Non siamo più nel sedicesimo secolo e, in questo periodo di emergenza sanitaria, si era pensato che la salute valesse ben più di una messa, o, meglio, più di una messa in presenza dei fedeli. Così le parrocchie si sono organizzate e gli oratori hanno fermato le attività prima che le autorità civili lo chiedessero. E una delle immagini simbolo di questa pandemia arriva proprio dal mondo cattolico, con papa Francesco che prega in una piazza San Pietro deserta.

I malumori della conferenza episcopale si sono però presto fatti sentire e a poco è valsa la preghiera di prudenza e obbedienza da parte del pontefice.

Così, dal 18 maggio, grazie a un apposito protocollo, i fedeli potranno tornare a messa. I fedeli cattolici, si intende. La parola d’ordine è la classica: libertà di culto.

La libertà di culto o è per tutti o non è

Nella stessa pagina del mio sussidiario delle scuole elementari c’erano due date, due fatti storici. Una era il 313 d.C., data dell’Editto di Milano voluto da Costantino: dopo decenni di persecuzioni, si affermava il principio di tolleranza religiosa nell’Impero. Alle scuole elementari, la mia concezione di storia non era poi così complessa e i primi secoli di studio della civiltà sembrano in effetti un’evoluzione culturale sempre verso il miglioramento. Accolsi quindi con una certa perplessità l’altra data del paragrafo. Era il 392 d.C., anno in cui nell’Impero si vietarono i culti pagani. In meno di un secolo, il cristianesimo era passato da religione tollerata a unico culto ammesso.

Da allora, in Italia, per legge o per cultura, parlare di religione significa parlare di cristianesimo (e ora di cattolicesimo). E in questi giorni, per l’appunto, il protocollo è stato siglato con la CEI e riguarda le modalità di accesso e celebrazione delle messe, non la generale libertà di culto.

Questa espressione è contenuta anche nel comunicato con cui si è reso pubblico il confronto tra Governo e Conferenza episcopale. I vescovi italiani, vi si legge, “non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto“. La questione ha comunque riguardato solo la chiesa cattolica, non le altre confessioni religiose che pure contano fedeli in Italia. Ma se rivendicazioni e concessioni sono per un solo gruppo religioso, ha davvero senso citare il concetto di libertà di culto? Se il culto per cui si pretende libertà è uno solo, il principio non è di tolleranza, ma di esclusività: ci si sforzi almeno di trovare espressioni diverse da libertà (consiglierei privilegio).

Libertà, limiti e limiti dei limiti

Al di là di guerre di religione e reminescenze storiche da sussidiario, la libertà di culto è riconosciuta, per tutti. Per semplicità, e un po’ anche per amor di sarcasmo, ignoriamo per una volta le differenze religiose, credendo (o fingendo di credere) che le leggi siano generali e astratte e che le sentenze che le applicano avrebbero affermato gli stessi principi, a prescindere dalla religione delle parti in causa.

Dunque. La libertà di culto è riconosciuta dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, all’articolo 9.

1. Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.

2. La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e della libertà altrui.

A leggere il testo, emerge una evoluzione concettuale: la libertà di religione è una specificazione della libertà di coscienza, a sua volta evoluzione della libertà di
pensiero. Ma ci sono anche limiti alla generale libertà di culto.

Ci sono quelli intuitivi: i sikh possono indossare il turbante, ma questo non li esenta dall’obbligo di indossare il casco se vanno in moto, né ci si può sottrarre a controlli aeroportuali, a prescindere dal vestiario rituale.

Negli ultimi vent’anni, in Europa, queste restrizioni sono state allargate, sia nei rapporti pubblici, sia nel mercato del lavoro. Si è infatti spesso compresa, sotto l’etichetta di protezione dei diritti e della libertà altrui, la generale laicità dello Stato. La Francia è ovviamente capofila, ma non mi dilungo sul punto perché si entrerebbe in discorso complesso che ha a che fare con eterogenesi dei fini, patriarcato e paternalismo, disuguaglianze e differenze, laicità e laicismo, passando per Robespierre e la dea ragione. La conclusione sarebbe comunque quella dell’inizio di questo post (nelle guerre di religione, di solito, la religione non c’entra).

Non è discriminazione se la chiami neutralità

La laicità non riguarda solo i rapporti pubblici. Se la chiamiamo neutralità diventa un ottimo modo di presentare la politica aziendale, mettendosi al riparo dai giudizi contro la discriminazione. Così è successo un giorno di tre anni fa. Era il 14 marzo 2017 quando la Grande sezione della Corte di giustizia dell’Unione europea si esprimeva su due cause tra loro molto simili. Entrambe riguardavano due lavoratrici di religione islamica, entrambe licenziate per non aver rinunciato a indossare il velo. Eppure, l’esito è stato l’opposto: legittima l’esclusione della signora Achbita, discriminatoria quella della signora Bougnaoui.

La signora Bougnaoui viene licenziata a seguito delle rimostranze di un cliente, infastidito dal fatto che la lavoratrice indossasse il velo. Una discriminazione diretta, insomma. La differenza di trattamento in ragione del culto non era giustificata da requisiti essenziali e determinanti per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

La signora Achbita viene licenziata perché non rinuncia al velo nonostante il codice aziendale imponga di non mostrare simboli religiosi. Una discriminazione indiretta, si direbbe, visto che la regola vale per tutti, ma si applica di fatto solo ai fedeli di religioni che richiedano indumenti particolari. Eppure la Corte non ritiene il licenziamento discriminatorio, perché il codice di abbigliamento, la policy di neutralità, sarebbe generale.

Insomma, il trucco è questo: non scontentare i clienti avendo l’accortezza di prevederlo per politica aziendale, con buona pace per la libertà di culto.

Il cliente fa più paura della pandemia

Insomma, per usare termini evangelici, Mammona prevale: la scelta aziendale, la decisione del capitale può imporsi sulla libertà del lavoratore (o della lavoratrice islamica, in questo caso).

Ma se la libertà di culto può essere sacrificata per politiche di neutralità, discrezionalmente poste dall’impresa, a maggior ragione si dovrebbe poter limitare l’esercizio dei riti religiosi collettivi. Il rischio non è quello di scontentare un cliente, ma quello di infettare un fedele.

e poi tre e poi nove e poi ventisette e poi ottantuno…

Insomma, la questione odierna sulla libertà di culto confonde ancor di più un sistema di valori già poco chiaro. Riepilogando. La laicità è un valore quando riguarda il velo, ma è calpestare le radici cristiane quando si chiede che nelle aule scolastiche non ci sia il crocifisso. L’espressione di simboli religiosi può essere vietata dall’azienda, ma lo Stato non deve impedire riti collettivi durante un’emergenza sanitaria. Infine, per libertà di culto si intende libertà di culto cattolico.

«Non metterai alla prova il Signore Dio tuo»

Questa impazienza al rito, questa ansia nel ritorno alla liturgia partecipata, sembra stridere con un concetto che ricorre, nelle Scritture: il deserto.

Nell’insegnamento biblico, l’isolamento non è solo un accidente, è la circostanza in cui l’uomo deve fare a meno del superfluo, rinunciando perfino all’essenziale. È il luogo in cui provare la fede. Succede con gli israeliti, per quarant’anni. E voce di uno che grida nel deserto è Giovanni Battista, che riprende le parole di Isaia:

Una voce grida:

“Nel deserto preparate

la via al Signore,

appianate nella steppa

la strada per il nostro Dio”

(Isaia 40, 3)

E anche Cristo si isola, quaranta giorni nel deserto. Proprio all’inizio di questo lockdown, coinciso con la quaresima, è stato letto il brano di Vangelo su quell’episodio, di Gesù che resiste alle tentazioni.

Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti:

Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra».

Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:

Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».

L’affidamento del fedele a Dio è pieno, ma non è mai una sfida. Il libero arbitrio esiste, la coscienza pure, la prudenza anche (aiutati che Dio t’aiuta, dice il proverbio, no?). Anche perché altrimenti, come per gli angeli custodi, la questione diventa tragicomica.

In Italia ci sono stati almeno trentamila morti per coronavirus. Trentamila persone che non ci sono più. Il contagio è cresciuto in maniera esponenziale: in febbraio, ogni persona ne infettava altre tre.

Di fronte a una realtà simile, come testimoniare autenticamente la fede? Con l’impaziente ritorno alla liturgia collettiva nel giorno sacro (che importava ai farisei più che a Cristo) o con la paziente maturazione attraverso il deserto?

 

 

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