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Fare presto (e bene) perché si muore

Così si intitolava un libro di Danilo Dolci, pubblicato nel 1954, dopo meno di due anni dal suo arrivo e attivismo in Sicilia. Fare presto (e bene) perché si muore. Nonostante le promesse e le speranze del dopoguerra, a Partinico e Trappeto le strade erano sterrate, mancava un sistema fognario, c’era disoccupazione e c’erano banditi e le due cose andavano di pari passo. Il primo atto pubblico dell’intellettuale triestino, trasferitosi tra i più poveri dei poveri, fu un digiuno, sul letto su cui Benedetto, un neonato del paese, era morto di fame. Fare presto (e bene) perché si muore. Letteralmente.

Oggi nel mondo muoiono i poveri. Di fame, di guerra, di disperazione. Sono sempre i poveri a morire di pandemia, e c’è pure qualche ricco, anche se spesso riceve terapie sperimentali: i virus sono democratici, ma fino a un certo punto. Ma di differenza e coscienza di classe è il caso di parlare un’altra volta, adesso c’è da concentrarsi su un imperativo collettivo: fare presto (e bene) perché si muore.

Tutto ciò che la candela sa lo ha imparato nel buio”

A gennaio il virus era a Wuhan, la notizia era distante e lì pensavamo sarebbe rimasta: una lontana minaccia che avrebbe arricchito i produttori di gel idroalcolico per gli uffici pubblici, come negli anni precedenti era avvenuto per la Sars, la Mers, l’aviaria, l’H1N1. Invece no. Sarà stato il metodo di contagio, sarà stata la minor letalità, saranno state ragioni sociali o economiche, ma l’epidemia è diventata pandemica, e non solo in senso tecnico (pure la febbre suina fu una pandemia, ma senza gli effetti drammatici che stiamo vedendo oggi).

A febbraio, in Italia, tutto era nuovo e ignoto. Il virus circolava e non lo sapevamo, la cura del paziente di Codogno fu un’intuizione, quasi un colpo di fortuna nello svelare un contagio che si diffondeva tra Lombardia e Veneto e che avrebbe portato tutta l’Italia a chiudersi in casa.

Oggi il virus continua a essere nuovo e ignoto: non abbiamo un vaccino, non abbiamo una cura universalmente efficace, non sappiamo i suoi effetti a medio e lungo termine, e pure quelli immediati a volte ci stupiscono. Ma qualche esperienza in più ce l’abbiamo e dovremmo farne tesoro.

Pandemic fatigue: siamo stufi, è normale, ma razionalizzare è necessario per salvarci

L’Oms si sta interrogando sulla pandemic fatigue. Si è sottoposti a una crisi lunga, che ha richiesto sforzi e di cui non si vede la fine: il rischio, che è una tendenza naturale, è stancarsi, ritenere inutili i sacrifici fatti, ridurre l’attenzione per le misure di sicurezza.

È un po’ come per la tesi di dottorato che dovrei consegnare a breve: ci lavoro, mi sembra non finisca mai, mi innervosisco, mi rassegno, scrivo meno e mi sembra sempre più che non finisca. Un circolo vizioso che può portarmi al fallimento accademico, comunque meno grave della morte di moltissime persone che potremmo favorire se cedessimo alla, pur naturale, pandemic fatigue.

È una questione di salute pubblica che dobbiamo comprendere e su cui dovremmo lavorare, politicamente e socialmente, a prescindere dalla pandemia. Questa crisi potrebbe essere l’occasione per ragionare seriamente sulla necessità di garantire il benessere psicologico di ognuno, come baluardo per la salute fisica e per la tenuta sociale. Investire sulla cura di sè, sull’empatia istituzionale, sulla comprensione per prevenire problemi ben più gravi, radicati e difficili da risolvere. E magari nel frattempo smetterla con l’ottimismo contemporaneo obbligatorio e tutte quelle tendenze motivazionali, dall’ideogramma di crisi che è lo stesso di opportunità fino a “volere è potere”, che spesso, più che per migliorare sé stessi, finiscono per incolpare chi non ce la fa. Ma anche questa è un’altra storia. O forse no.

Gli italiani, il virus, lo stigma

Quando il contagio arrivò in Italia, temporeggiare non aiutò. Ma fummo i primi, gli interrogati dal nuovo temibile professore, quelli che non se l’aspettavano e che però potevano servire come esempio, come monito quasi: fare presto (e bene) perché si muore. Gli altri invece assistevano. Il ritardo altrove, sarà un’impressione, ma pareva quasi un grande pregiudizio internazionale sugli italiani, a cui dare solidarietà, certo, per qualcosa che comunque un po’ era colpa loro, della loro natura disorganizzata, un po’ corrotta, incline a esagerare. Chi starebbe in casa per un virus influenzale? Se sarà grave, si vedrà.

Noi però la prima ondata l’abbiamo vissuta in pieno, con il carico di panico e dolore. Ci siamo chiesti perché ci fossero francesi in piazza vestiti da puffi o politici a sproloquiare di immunità di gregge mentre da noi si moriva e gli ospedali erano al collasso.

Ora guardiamo il coprifuoco in Francia, i pub chiusi in Gran Bretagna e assistiamo alla nostra curva epidemica che torna a essere esponenziale.

Questione di tempismo: chi non si ferma si fermerà troppo tardi.

Non sono la più adatta a dare spiegazioni statistiche (ma se ne trovano di ottime qui). Una considerazione però è ormai intuitiva anche ai poco avvezzi alla matematica: una curva di contagio esponenziale va arginata il prima possibile, prima che sia fuori controllo.

L’esempio è nell’armadietto dei medicinali di ognuno di noi e si chiama ibuprofene. È un principio attivo che si trova in farmaci come Moment, Brufen, Nurofen. I più stoici o i più naturisti nel gestire i propri malanni cercheranno di farvi ricorso raramente, quando proprio non resistono più al dolore. E sbagliano (sbagliavo, e spesso ancora sbaglio, io, me lo spiegò una brava dottoressa).

L’ibuprofene inibisce la produzione delle prostaglandine, cioè le molecole che (semplifico) scatenano la reazione infiammatoria e, quindi, il dolore che cerchiamo di arginare ingoiando una compressa. Se però la prendi quando stai già piuttosto male, queste molecole sono già state abbondantemente prodotte e in circolo nel tuo corpo: se ti senti meglio, probabilmente si tratta solo di effetto placebo. L’ibuprofene va somministrato ai primi sintomi: così può bloccare la reazione (spesso abnorme) dell’organismo e risparmiarci molto dolore.

Di fronte a un contagio esponenziale che ha già superato il 5% del rapporto tra positivi e tamponi analizzati, dovremmo ricordarci che le città che si vantavano di non fermarsi, poi si sono fermate, a costo di morti e sofferenze.

Né irresponsabili né accusatori: impariamo la prudenza

La malattia non è una colpa, ma proteggersi e proteggere è una responsabilità, di ognuno e di tutti. Quando ancora non stavamo chiusi in casa ma il nuovo coronavirus già apriva le testate giornalistiche, scrivevo che per arginare il virus avremmo dovuto riscoprire la socialdemocrazia (il discorso era un po’ più ampio, lo si può rileggere con calma qui).

Dopo otto mesi non credo che sia andato tutto bene, non credo che sia stato fatto il massimo, ma non credo nemmeno che sia in atto una dittatura sanitaria o che governo e autorità siano rimasti inerti. Certo è che continuiamo a vivere le storture che vivevamo anche senza emergenza sanitaria e su cui dobbiamo vigilare: richieste di derogare al codice degli appalti (sempre dai soliti che, nella lotta alla criminalità organizzata, non è che si siano mai distinti), annunci su stagioni di riforme non così chiare. E, quanto alla pandemia, tracciamento da migliorare (ho letto del pool testing, interessante, vero?), trasporto pubblico locale tutt’altro che potenziato, rimpalli di responsabilità e giochetti politici, ritardi e divieti.

Gli errori e le colpe istituzionali inducono alcuni, a volte perché provati dalla pandemic fatigue, a volta perché semplici egocentrici viziati, a reagire allentando le precauzioni (sempre che le avessero adottate prima): se la collettività non fa abbastanza, perché dovrei sacrificarmi io, singolo individuo?

Viviamo in società, ma controlliamo solo noi stessi

Le responsabilità, pubbliche e private, collettive e individuali, non sono in alternativa: si sommano. Certo, talvolta (anzi spesso), la carenza dell’una vanifica l’altra, ma non è un buon motivo per collaborare alla tragedia.

Non ho cariche pubbliche, non ho compiti istituzionali, eppure in quanto persona vivo in una comunità che si basa su un principio di solidarietà che è il momento di riscoprire. È quello secondo cui la Repubblica (cioè tutti noi) dovrebbe rimuovere gli ostacoli socio-economici che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di ciascuno alla vita collettiva, è quello in base al quale abbiamo il dovere di concorrere al progresso della nostra comunità. È quello che deve spingerci adesso (non domani, non tra un mese, non a Natale) a indossare la mascherina, mantenere il distanziamento, lavarci le mani, e nel contempo pretendere misure pubbliche, di emergenza e di progetto, sanitarie ed economiche, sociali e umane. Con consapevolezza collettiva e responsabilità individuale, iniziando da quel poco che si può controllare: per citare Sartre, “sarò senza illusioni e farò quel che posso“.

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Published inCultura e politica

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